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Uomini e Boschi

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albero128 Il popolamento umano delle nostre vallate è proceduto, naturalmente, lungo le principali vie d’acqua, Arno e Sieve, per poi salire gradualmente sulle colline e, infine, sui monti.
Le colline più elevate e le montagne, che da noi superano difficilmente i 900 metri di altitudine, per millenni hanno visto una frequentazione stagionale: in estate si portavano le greggi sui pascoli alti, si raccoglievano i prodotti del bosco, si tagliava il legname.

Se ben presto, dietro la pressione dei capitali cittadini, la fascia di fondo-valle e quella collinare erano state messe “a podere”, i terreni più alti conservarono a lungo spazi di proprietà indivisa, che i poveri montanari utilizzavano per far pascolare i loro ovini, per raccogliere legna da ardere e castagne.

Con lo sviluppo della città di Firenze, e del mercato che rappresentava, i maggiori proprietari furono sempre più tentati di appropriarsi anche di queste risorse, perciò non ci meraviglia trovare nel 1330 una contesa che oppone Bindo di Lapo di Littifredo de’ Pazzi alle famiglie residenti a S. Brigida, per lo sfruttamento di terreni, boschi e selve. Si trattava di salvaguardare i diritti della popolazione riguardo alla raccolta delle castagne, il taglio del legname, la semina nei fazzoletti di terreno ai margini del bosco.

Oltre alle comunanze, cioè i terreni indivisi tra i comunisti, cioè le famiglie residenti e originarie di S. Brigida, le popolazioni rivendicarono a lungo gli antichi diritti, di origine alto-medievale, che gravavano anche sui terreni privati:
- dopo che il proprietario aveva raccolto le castagne, i comunisti avevano il diritto di raspare per recuperare quelle rimaste, dopodichè era la volta del pascolo itinerante dei porci del villaggio, guidati da un pastore comune, attraverso i castagneti e le cerrete da ghianda, in modo da ingrassare i suini per la tradizionale mattanza di S. Tommaso (il 21 dicembre, quando si macellavano in vista del Natale).
- le famiglie mantenevano il diritto di prelevare la legna secca dai boschi, anche dei privati, e di tagliare nei boschi comuni il legname necessario a riparare tetti e palchi;
- le greggi erano autorizzate a pascolare nei terreni privati appena dopo il raccolto, e nei pascoli indivisi, per lo più sterpaglie, delle terre alte. Le povere sorelline Ricovera ebbero le apparizioni proprio mentre pascolavano le caprette sui balzi del Sasso;
- sui terreni e boschi indivisi i comunisti potevano anche seminare, nelle annate di carestia, dei cereali primaverili, più resistenti alle intemperie.

muri500Questi resti di muretti di sostegno, più che alle attività dei carbonai, sembrano invece legati all'uso di sfruttare al massimo anche il terreno sotto ai castagni da frutto. Dopo la raccolta, si radunavano e bruciavano ricci e le foglie, usanza detta dei fornelli. Su queste piazze, la poca terra ammendata con la cenere serviva a seminare cereali primaverili e, più tardi, le patate.
Purtroppo, questa usanza, spesso dava luogo all'impoverimento dello strato di humus e facilitava il dilavamento meteorico.
La foto è stata ripresa poco a monte dell'insediamento di Masso al Piano, dove la palina ha rimpiazzato la selva.

Queste, ed altre usanze storiche, contrastavano con gli interessi dei grandi proprietari e, bisogna dire, anche con la conservazione dei boschi: aggrediti da pecore, capre, porci, ronchetti e fiamme. Infatti, prima di seminare nei terreni marginali, pieni di sterpaglie e arbusti, si dava fuoco, per poi spandere le ceneri con la zappa. Il fine era di ottenere un terreno più soffice e adatto alla semina, il risultato era il degrado dei boschi, ma di fronte alla fame, quello era certamente sentito come il male minore.
Ancora nel 1644 ci si lamenterà che “nelle comunanze [del Sasso, i comunisti] fanno brace, e tagliano stipa a loro beneplacito, e pascolano con bestiami...", danneggiando il bosco e il suo rinnovo.

Nel 1557 una disastrosa alluvione, seconda per livello delle acque solo a quella del 1966, sommerse Firenze. Il governo del Ducato (diventerà Granducato nel 1569) collegò l’inondazione alle pessime condizioni delle foreste, fino ad allora sottoposte ad una pressione incontrollata da greggi, boscaioli e contadini. Nel 1559 fu vietato il taglio di ogni albero fino a mezzo miglio dal crinale delle montagne, limite esteso nel 1564 fino a un miglio (circa 1650 m).

Il rapporto tra uomini e boschi a S. Brigida cambiò di poco. 
Nel 1632, al censimento, i popoli che vivevano nella zona avevano questi numeri:

popolo
n. famiglie
n. persone
n. ovini
S. Brigida
51
292
813
Lubaco
15
103
311
Collebrighe
7
48
310
Ricardeto
11
59
255
Castellubaco
14
74
180

Parliamo di una media di 20 capi per famiglia, più di 3 a persona, ma le famiglie che vivevano nell’alta collina ne avevano spesso 40 o più, tra pecore e capre, quest'ultime particolarmente voraci nei confronti dei giovani alberelli.

Se la mezzadria era il contratto tipico per i terreni comodi, quelli delle dolci colline, sulle alte colline dei boschi e pascoli spesso si stipulava una soccida, cioè una società a mezzo, con cui un cittadino comprava il bestiame, lo affidava al pastore e i due si dividevano il ricavato: agnelli, lana, formaggio. La carne di agnello e di castrato era quella più diffusa sulle tavole fiorentine, mentre i bovini erano troppo preziosi, come forza motrice, per essere sacrificati con leggerezza, ed i foraggi non abbastanza diffusi per permettere un allevamento su larga scala.

Dopo il pascolo, l’altra grande risorsa del bosco, il legname, ha permesso lo sviluppo degli insediamenti di S. Brigida, a Sud dell’ANPIL, e di Montepulico a Nord.
Il clima più fresco dell’attuale aveva conservato, sul Poggio Abetina, una piccola foresta di abeti che, tra 1677 e 1679, permette ai Guadagni di tagliare 92 esemplari di età compresa tra i 100 e i 200 anni, e trainarli ai cantieri edili della città. Dell’abetina, ancora visibile in riprese fotografiche del 1915-16, non rimangono che pochi individui, decimati dai tagli, forse colpiti dai bombardamenti, aggrediti dalla fame di legno durante la guerra e poi assetati dalle estati sempre più calde e siccitose degli ultimi decenni.

A partire dal 1774, col processo di allivellamento (affitto a lungo termine) dei boschi e dei pascoli un tempo comuni, entriamo nella fase moderna, mercantilista e poi  “gestionale” dei boschi. Le riforme dell’illuminato Pietro Leopoldo, venuto dalla terra di nascita della moderna selvicoltura (l’Austria di Maria Teresa), sortiscono effetti diversi in Toscana, dove i nuovi soggetti economici pensano subito a tagliare più che si può, per far cassa facilmente. Entrano in gioco alcuni mercanti-imprenditori, l’avanguardia della borghesia affaristica che farà (e disfarà) l’Italia.
La nobiltà non rimane tutta alla finestra: i Guadagni, i maggiori proprietari della zona, approfittano per accrescere i loro possessi e razionalizzarne la geografia: pezzo per pezzo collegano le tessere di un puzzle che copre centinaia di ettari sui rilievi che dominano Lubaco e il Santuario, dove un membro della famiglia siede stabilmente nell’Opera (il consiglio che amministra i beni e le opere del santuario).
Ai primi del Novecento il marchese Guitto Guadagni sperimenterà, in questi terreni, una quantità di essenze arboree.

Il Novecento, con le due guerre, la repentina scomparsa della mezzadria e dei contadini, e lo spostarsi a fondo valle di ogni interesse economico, è stato il secolo terribile per le nostre alte colline. L’abbandono di case, terreni e boschi è stato un processo inarrestabile, solo disturbato da modesti eventi: qualche piano di rimboschimento, quasi sempre curato solo nei primi anni, e poi regolarmente abbandonato, senza diradamenti né altre cure.
Il douglas, il pino comune e il pino nero sono state le specie più piantate, per vari motivi:
- il douglas per il rapido accrescimento e la supposta pregevolezza del legno (non pari a quello americano, però);
- il pino comune per sostituire i pinoli al frutto dei castagni, decimati dalle malattie;
- il pino nero per recuperare i terreni dilavati e poveri di humus.

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Lo scheletro di un castagno da frutto, uno dei tanti che non sono sopravvissuti alle numerose avversità che hanno decimato le selve di castagno nel Novecento.

Cancro corticale e mal dell’inchiostro hanno portato la superficie del castagneto da frutto a un decimo di quella di fine Ottocento, gli olmi sono praticamente scomparsi, a causa della grafiosi.

I boschi sono poco curati e, fortunatamente, anche poco sfruttati; di fatto la superficie boscata è ricresciuta, magari in modo anarchico, ma i boschi a monte di Lubaco, Sasso e S. Brigida probabilmente non sono mai stati così ricchi di fronde.

Nella dialettica tra uomo e bosco, il bosco sta tirando adesso un sospiro di sollievo, malgrado non manchino motivi di preoccupazione, a cominciare dall’eccessiva popolazione di ungulati (caprioli e cinghiali) che incide sulla crescita delle pianticelle e sulla stabilità del sottobosco. Così i boschi ora sono prevalentemente luogo di svago: caccia, raccolta dei funghi e delle castagne, passeggiate, mountain-bike, anche se l’ANPIL sta avviando uno studio vegetazione che dovrebbe, finalmente, disegnare le future linee di sviluppo e salvaguardia della risorsa forestale.

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 Un esempio di rinnovo spontaneo di conifere in un bosco originariamente di latifoglie (pendici meridionali del Poggio Ripaghera, a circa 800 m di altitudine)