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Appunti di Storia

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bolla128Per comprendere appieno le caratteristiche dell’Area coperta dall’ANPIL è necessario conoscerne la storia, seppur a brevi linee. Solo così è possibile capire come si è formato questo raro equilibrio tra presenza umana ed elementi naturali, tra cultura e natura, tra lavoro degli uomini e processi biologici.

Preistoria e Protostoria

L'area fu frequentata già a partire dal Paleolitico, come dimostra ad esempio il ritrovamento di utensili in selce nella valle dell'Argomenna, affluente della Sieve.

Materiale preistorico, consistente in un'ascia-martello e in una punta di freccia, é stato scoperto anche a sud dell'ANPIL, in località Campolungo, nei dintorni della fattoria di Montetrini.

Dalla sommità del Monte Giovi, che prosegue il crinale occupato dall’ANPIL, provengono alcune terrecotte di epoca protostorica, riferibili alla cultura villanoviana.

Gli Etruschi

Sempre su questo rilievo, a poca distanza dalla cima sono venuti alla luce, in grande quantità e concentrati in uno spazio ristretto, reperti di carattere votivo (tra cui delle figurine in bronzo di offerenti), che testimoniano l'esistenza di un luogo di culto etrusco, significativamente situato sulla vetta più alta della zona, secondo un uso spesso riscontrabile fra le antiche popolazioni. Si può supporre che la funzione sacrale del sito venisse mantenuta anche in età romana, come indicherebbe fra l'altro il nome stesso della montagna, associato al dio Giove.

I diversi ritrovamenti, in verità più numerosi nel bacino della Sieve, mostrano che la presenza etrusca, attestata dal VI-V sec. a.C., si articolava in forme di insediamento sparso, rispondenti ad un'economia essenzialmente di tipo agricolo, nell'ambito della quale si distinguevano comunque alcuni nuclei di possidenti. L'area era soggetta al controllo politico di Fiesole (di cui risentiva naturalmente anche gli influssi culturali) e costituiva uno dei punti di passaggio per i collegamenti tra questa città ed il Mugello, da dove poi si potevano raggiungere i centri etruschi della pianura padana; vi era ad esempio un itinerario che, attraverso il Monte Giovi, univa l'abitato fiesolano al sito fortificato di Poggio di Colla, nelle vicinanze di Vicchio.

L’Età Romana

L'espansione del dominio di Roma su queste terre, conseguente alla presa di possesso di Fiesole diventata municipio nel I sec. a.C., si accompagnò ad un aumento della popolazione e della densità delle sedi. Testimonianze romane sono emerse anche nei dintorni dell'Area Protetta: vicino alla pieve di Lubaco (situata lungo la strada che scende da Vetta Le Croci, nei pressi del bivio per S. Brigida), in un terreno della Fattoria Torre al Sasso, sono stati trovati vari resti di tegole, oltre a materiale ceramico (comprendente anche la sigillata aretina) probabile indizio della presenza di tombe, di cui però si è persa traccia.

Frammenti di laterizi rappresentati appunto da tegole e coppi, assai comuni in tutta la zona, sono venuti alla luce, sempre in associazione con le terrecotte, nella proprietà Papini (non molto distante da Lubaco, sulla via per Monteloro) e in gran numero nel podere di Ginestreto (a sud di S. Brigida) dove si ritiene esistesse una fornace, dato che vi sono stati rinvenuti anche segni di combustione e una notevole quantità di scorie.

L’Alto Medioevo

Dopo l'epoca tardoimperiale, contraddistinta da un impoverimento delle campagne per l'estendersi del latifondo, riprese una certa attività rurale in molti luoghi che erano stati abitati in età etrusca e romana. In queste prime fasi del Medioevo, con lo svilupparsi del sistema feudale basato su forme di economia di sussistenza, si privilegiavano comunque le sedi di media e alta collina, non solo per motivi di difesa, ma anche per esigenze di sfruttamento delle risorse naturali: come si può ancora oggi riscontrare osservando la distribuzione dei siti a sud dell'ANPIL, era vantaggioso rimanere ad un'altitudine intermedia, nella fascia pedemontana, nei pressi cioé sia delle aree più elevate, utilizzabili per il pascolo e per i prodotti del bosco, sia dei terreni messi a coltura (si deve ricordare che le zone basse erano poco praticabili per le inondazioni causate dai corsi d'acqua).

Sul territorio era predominante la presenza dei Conti Guidi, che vi possedevano diversi castelli, fra cui quelli di Galiga, Monte di Croce e Monterotondo: i ruderi di quest'ultimo sono compresi entro l'Area Protetta.

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Monte di Croce: la piatta sommità della collina ospitava la fortificazione dei Conti Guidi, che nel 1147 resistette al primo assedio dell'esercito fiorentino. Tornati all'assalto sette anni più tardi, i fiorentini conquistarono e poi distrussero tutte le strutture difensive.

La conquista fiorentina

Dalla metà del XII sec. la crescita politica e militare del Comune di Firenze entrò in conflitto col potere signorile dei Conti Guidi e questo territorio fu il primo, per la vicinanza alla città, a vederne lo scontro diretto: 

"Negli anni di Cristo 1147, avendo i Fiorentini guerra co' conti Guidi imperciocché colle loro castella erano troppo presso alla città, e Montedicroce si tenea per loro e facea guerra, per arte de' Fiorentini v'andarono ad oste co' loro soldati, e per troppa sicurtade, non faccendo buona guardia, furono sconfitti dal conte Guido vecchio e da loro amistà Aretini e altri del mese di Giugno.
Ma poi gli anni di Cristo 1154, i Fiorentini tornaro a oste a Montedicroce e per tradimento l'ebbono e disfecionlo infino alle fondamenta; e poi le ragioni che v'aveano i conti Guidi venderono al vescovado di Firenze non possendole gioire né averne frutto..."
(dalla Cronaca di Giovanni Villani).

Distrutto, dopo il secondo assedio, il grande castello di Monte di Croce, i Guidi furono quindi costretti a cedere anche gli altri vicini (Galiga e Monterotondo) al Vescovo di Firenze, e tutta l'area finì sotto il diretto controllo del Comune fiorentino.
Alcune famiglie, già fedeli dei Guidi, entrarono a far parte del ceto dirigente della città: i Guadagni, i Pazzi. Questi gruppi famigliari presero gradualmente possesso dei terreni e vi costruirono le loro piazzeforti: masseto per i Guadagni, il Trebbio per i Pazzi. Il potere delle due consorterie crebbe talmente che, entrambe, finirono per cercare di soppiantare i Medici nella scalata al potere di Firenze, uscendone però sconfitte.


Ai primi del Trecento le comunità rurali della zona, corrispondente più o meno all'attuale comune di Pontassieve, risultavano riunite nella "lega" di Monteloro, i cui confini settentrionali arrivavano dunque al crinale Il Giogo - Monte Rotondo - Monte Giovi (vi erano anche quelle di Diacceto e Rignano): queste forme di organizzazione erano state istituite dal governo fiorentino principalmente per scopi difensivi.
Più antica ed importante era la suddivisione a livello ecclesiastico in plebati, circoscrizioni facenti capo ognuna appunto ad una pieve, dalla quale dipendevano le chiese parrocchiali. Proprio a poca distanza dai limiti meridionali dell'ANPIL si trova uno degli edifici religiosi più rappresentativi del comprensorio, la pieve di Lubaco.

L’Età della Mezzadria

Nel corso del XIII sec. la popolazione iniziò ad abbandonare i borghi murati per spostarsi nei nuovi villaggi a struttura "aperta", tra i quali annoveriamo, per questo angolo della Val di Sieci, S. Brigida, sopra ricordato, e l'abitato che si sviluppò vicino alla pieve di Lobaco, testimoniato dall'attuale nucleo di Villa Masseto che ha mantenuto dei caratteri tardo-medievali. In parallelo si stava verificando una radicale trasformazione dell'assetto agrario, con l'evoluzione dal sistema feudale a quello che si imperniava sulla divisione in poderi e sul contratto di mezzadria: nelle nuove unità fondiarie sorsero quindi, in forma sempre più capillare, dimore isolate costituite dalle "case da signore", dove risiedeva (anche solo per una parte dell'anno) il proprietario dei terreni, e dalle "case da lavoratore", abitate dai contadini.

Lo sviluppo dell’organizzazione mezzadrile proseguì per vari secoli, trasformando tutto il paesaggio agrario e forestale della nostra area. Tutti i terreni meno ripidi e con esposizione favorevole furono messi a coltura, privilegiando la produzione di cereali, essenziali per la sopravvivenza delle famiglie contadine.

Nelle aree più elevate e meno adatte alla coltivazione, come quelle coperte oggi dall’ANPIL, sopravvisse a lungo l’uso comune di boschi e sterpaglie in proprietà indivisa tra le comunità locali: erano le “comunanze”. Qui le povere famiglie del posto potevano raccogliere legna e castagne, e praticare la pastorizia.

Poco più in basso, dove ricominciava la fascia dei coltivi, i grandi proprietari fiorentini reinvestirono grandi capitali in ville e fattorie, ognuna a capo di una rete di poderi mezzadrili. La villa, circondata da giardini, parchi e riserve di caccia, ospitava solo raramente i proprietari, nobili residenti nei palazzi di città. Gli enti ecclesiastici, altri ricchi proprietari, erano meno presenti in questa zona rispetto ad altre del Contado fiorentino.

La liquidazione degli usi civici

Questo sistema economico-politico, sostanzialmente basato sulla rendita e sullo sfruttamento dei contadini, fu soltanto intaccato dalle riforme avviate dal granduca austriaco Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena. Tra i primi effetti vi fu la vendita dei boschi e dei terreni comunitari, che furono acquistati all’asta dai grandi proprietari locali e da qualche nuovo imprenditore cittadino.

Le alte colline dell’ANPIL, fino ad allora (1776-78) coperte quasi esclusivamente da boschi e pascoli, furono divise nelle nuove proprietà, e videro la costruzione delle “cascine”, destinate ad accogliere allevatori e boscaioli.

Le riforme fisiocratiche del tardo Settecento, e quelle che seguirono, favorirono lo sviluppo di una nuova economia agraria, ma tolsero alle popolazioni rurali tutte quelle piccole risorse che venivano dagli usi civici e dalle consuetudini che gravavano anche sulle proprietà private di alta collina: raccogliere castagne, far pascolare capre, pecore e maiali, tagliare e raccogliere legna secca, ecc.

L’economia di mercato

La vicinanza al mercato cittadino favorì qui lo sviluppo dell’allevamento bovino, con la produzione del burro e delle carni, che si affiancò alla pastorizia tradizionalmente legata agli ovini da latte e da carne. Il legname da taglio e il carbone di legna erano le altre risorse che ebbero grande sviluppo, affiancando la storica produzione di castagne.

La forte crescita della popolazione nel corso dell’Ottocento portò alla diffusione delle modeste case di braccianti e boscaioli di Santa Brigida.

La distribuzione della ricchezza e delle proprietà fondiarie si modificò con l’ingresso dei capitali della borghesia cittadina, che lentamente cominciò a comprare i terreni ceduti dalle antiche famiglie nobili, incapaci di adeguarsi alle novità economiche.

Le crisi del Novecento

La prima guerra mondiale, la crisi economica degli anni ’30 e la successiva guerra, tra lutti e sofferenze, causarono anche l’accelerazione dei processi di trasformazione. L’industrializzazione, la rivoluzione dei trasporti e della conservazione delle merci, tolse alla nostra area i vantaggi della vicinanza al mercato cittadino, che poteva rivolgersi anche a centinaia di chilometri di distanza per comprare burro, carni, castagne, carbone o legname.

Le aziende agrarie dell’alta collina subirono un duro colpo, la popolazione attiva venne assorbita dalle nuove attività industriali della città e solo le aziende passate alle colture specializzate tentarono di reggere il colpo.

Oggi

Nell’economia globale i pochi ettari dell’ANPIL scompaiono rapidamente. I boschi di modesto valore forestale, i castagneti decimati dalle malattie, l’allevamento quasi scomparso, danno ben poche occasioni di produrre redditi da lavoro.

L’unico valore che permane, anzi, si è accresciuto col tempo, è quello ambientale e paesaggistico.

L’abbandono della pastorizia, la riduzione della pressione sul legno da ardere (oggi affiancato da altri combustibili), lo spopolamento delle cascine, ha indotto una sostanziale “rinaturalizzazione” dell’area.

Santa Brigida e la sua alta collina sono diventate soprattutto oggetto di interesse immobiliare. Nel paese si sono sviluppate imprese edili, l’insediamento si è moltiplicato con la costruzione di appartamenti per i residenti e di seconde case per i fiorentini; la speculazione edilizia ha tentato di risalire fino al crinale dell’ANPIL, scavando nella viva roccia una strada di lottizzazione che ha ferito profondamente la collina a monte del paese.

Oggi grazie anche all’istituzione dell’ANPIL, i rischi di stravolgere paesaggio ed ambiente si concentrano al di sotto. I terreni dell’alta collina, così tutelati, possono svolgere nuove funzioni: ricreative, di oasi ambientale, di economia sostenibile, pur ristretti ad un’area di soli 800 ettari.